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domenica 5 agosto 2012

Good Vibration - di Archibald




Good Vibration


Oggi è il compleanno di Freddy.
Sua moglie non c'è, è partita per le vacanze.
“Ho bisogno di andare in montagna – gli ha detto – credo sia il periodo ideale: l'aria pulita, il panorama, la neve.”
“Se siamo a luglio!”
“Appunto – ha detto lei – tanto non so sciare.”
Adesso Freddy è qui seduto sulla mia terrazza. Indossa una camicia Acapulco azzurra con palme marroni disegnate uguale a quella di Brian Wilson nella copertina di un vecchio disco dei Beach
Boys. Non sembra turbato dall'avanzare inesorabile del tempo, dal ticchettio del suo orologio biologico, si è comprato un paio di occhiali a goccia con le lenti grigie che lo fanno assomigliare ai detective dei telefilm anni ottanta.
Dunque Freddy sta seduto su un lato della mia terrazza con la camicia Acapulco ed una lattina di birra in mano. Fa un lungo sorso, spara un rutto che si sente il mare, guarda nella lattina per essere sicuro che non ce ne sia più ed infine la impila sopra dozzine di altri cadaveri vuoti.
Quando Wally ci raggiunge la torre di latta è così alta che la prossima aggiunta saranno le luci di segnalazione aerea. Wally è invecchiato dall'ultima volta che l'ho visto. Ha i capelli tagliati di fresco, un paio di pantaloncini da tennis troppo stretti per la sua mole e la sua solita faccia da poker. Il gioco d'azzardo resta uno dei suoi grandi amori, subito dopo le prostitute, da cui immancabilmente si prende ogni tipo di malattia venerea; gonorrea, sifilide, fistole anali, che lui immancabilmente cura col suo metodo “fai da te” usando i prodotti che trova in casa. Infatti ora tiene tra le mani una confezione di piselli surgelati e se l'appoggia sul pube.
“Ho letto che l'azoto dei baccelli serve a combattere le spirochete dell'infezione. Se non funziona provo con i soffumigi ai broccoli”. Come contraddirlo.
Nel frattempo sentiamo il sibilo dell'ennesima lattina che si apre.
“Non dovresti bere tanto Freddy” – gli diciamo all'unisono.
“Lo so dovrei smettere cazzo- dice lui – ma la crisi, i tagli del personale, i problemi sul lavoro, ho pur sempre un mutuo da pagare.”
L'unico problema che ha sul lavoro è quanto zucchero mettere nel caffè durante la pausa. 
Nel salone Scott e Claire preparano le vettovaglie. Stanno insieme da una vita. Sono una di quelle coppie ormai capaci di completare l'uno le frasi dell'altro, di comunicare per cenni del capo, gesti, sguardi e fuggevoli espressioni del viso. Roba da far venire la nausea.
Claire un giorno ha chiesto a Scott di sposarla. Lui colto di sorpresa ha adottato la strategia dell'opossum, che resta immobile in silenzio nei momenti in cui deve proteggersi dai pericoli esterni. Claire ha così desistito, la mossa kansas city ha funzionato. 
Orgoglioso del successo ottenuto, Scott ha iniziato ad adottarla anche sul lavoro. Il problema è che fa l'avvocato e quando la utilizzò in aula durante un contraddittorio non raggiunse lo stesso risultato. E' finito pure sui giornali, in paese adesso lo prendono per il culo anche i postini.
Ci raggiungono di fuori ed appoggiano sul tavolo degli stuzzichini al tonno.
Freddy ha divelto un oleandro per svuotare il vaso e riempirlo con della Guinness.
“Non dovresti bere tanto Freddy” – gli dice Claire.
“Lo so, ma la malattia di mio figlio, le cure, l'aspettativa di vita che si riduce drasticamente.”
Suo figlio gode di ottima salute, l'unica patologia da cui è affetto è la predisposizione genetica di rompere i coglioni. Avrà preso dalla madre.
Scott osserva tutte le mie piante fiorite e ben curate.
“Perché ti ostini a tenerle?”
Conosce la risposta. Quindi abbasso la testa e resto in silenzio.
“Curare i suoi fiori non la farà tornare, così ti fai solo del male!”
Ha ragione. Ma come posso dirgli che lei mi manca così tanto che a volte mi fa quasi male, come posso dirgli che la notte allungo ancora il braccio per cercarla, come posso dirgli che nel comodino ho ancora un suo pacchetto di caramelle, scaduto, ed ho il timore che di notte prendano vita e vengano a soffocarmi nel sonno. Oh ma come posso spiegargli tutte queste cose.
“Sei mai stato innamorato?” - chiedo a bruciapelo a Wally.
“E' quella cosa che ti gonfia i pantaloni? So di cosa parli.”
Wally è un poeta. Un poeta con la saggezza aromatizzata alla zuppa di verdure.
L'arrivo inaspettato di Steve serve ad allentare la tensione. Non è solo, con lui c'è una tipa che ricorda tanto Jessica Rabbit, non per l'avvenenza ma perché sembra proprio un cartone animato.
Capelli lunghi e gialli. Gialli come un limone sottoposto a radiazioni. Labbra carnose, occhi truccati di viola e sul viso tanto di quel fard da foraggiare tre intere generazioni di clown. Indossa una canottierina rossa ricamata con perline e pailettes ed un paio di short di jeans. Non è per niente timida e si presenta al gruppo come se ci conoscesse da sempre.
Si chiama Samantha, faceva la shampista per cani ma adesso lavora nell'ufficio marketing di una grossa multinazionale. Capiamo come è avvenuta questa vertiginosa scalata al potere quando ci spiega che i colleghi usano i suoi capezzoli al posto dei tasti della calcolatrice. Ormai senza freni ci rivela anche che Tempesta Perfetta, il suo soprannome nell'intimità è dovuto al flusso copioso durante i periodi del ciclo.
Steve è radioso mentre l'ascolta proferire una vaccata dietro l'altra.
“Stasera la porto a casa, è ufficiale, la presento ai miei”- ci confida.
Considerando che suo padre è reduce da un'operazione a cuore aperto per una stenosi, consigliamo a Steve di procedere con cautela, dosarla, mostrargliela un po' alla volta. Per stasera potrebbe anche bastare una tempia.
Ci prepariamo per un brindisi collettivo e benaugurante. Freddy si è addormentato, seduto per terra, schiena contro il muro e bavetta colante che ha formato un piccolo lago sulle piastrelle del balcone. Se non fossimo fuori stagione potremmo sfruttarlo per costruirci il presepe attorno.
Lo svegliamo. “Non dovresti bere tanto.”
“Dovrei smetterla cazzo, ma l'Afghanistan è una brutta bestia da dimenticare.”
Non è mai stato in Afghanistan. Lo confonde con Igea Marina dove è stato due settimane in ferie con la moglie.
Mi allontano dalla festa, con mille pensieri che mi intasano il cervello.
Prima di andarmene mi assicuro che qualcuno accompagni a casa Freddy. L'ultima volta che è rincasato da solo ha sbagliato numero civico ed è finito nel salotto di una coppia di anziani di Rovigo. All'inizio i due vecchietti spaventati volevano chiamare la protezione civile ma poi si  erano affezionati ed avevano avviato le pratiche per l'adozione. Quando sua moglie lo ha trovato, lo ha tenuto per sei mesi agli arresti domiciliari.
Cammino, solo, fino alla spiaggia e mi siedo su una panchina ad osservare.
Un bambino dal niente, svuota un secchiello d'acqua in testa all'amichetta dormiente facendola sobbalzare. Incrocia il mio sguardo, strasorride alzando il pollice.
La vita è uno schifo.
E' tutto uno schifo.
Mica male riuscire ancora a sorridere.


Archibald

martedì 5 giugno 2012

Gino - di Archibald

Signori, Signore, siamo onorati di presentarvi Archibald, il nuovo collaboratore del Progetto MoonTrein.
Con la passione per la scrittura, residente a Moontrein, Archibald scriverà per noi, ma soprattutto per voi, dei racconti che vi emozioneranno a tal punto da provare l'impulso immediato di smettere, per sempre, di leggere le cazzate che scrive Marvin.
La sua categoria si chiamerà "SENZA CONFINI".

Questo è il primo racconto di Archibald, per MoonTrein, preceduto da due righe in cui si presenta.
Il titolo del racconto è "GINO".





“Non so sciare, non so giocare a tennis, nuoto così così, ma ho il “senso della frase”.
( Andrea G.Pinketts, Il senso della frase)

Non sono sicuro di avere il senso della frase, ma mi piace pensarlo e mi piace scrivere.
Mi hanno detto che qui posso trovare un po' di spazio per farlo, spero di essere all'altezza.

Archibald.


GINO

Mio nonno è Bruce Willis.
Non che io sia il nipote del famoso divo di Holliwood. Il fatto è che proprio come John McLane, il celebre poliziotto da lui interpretato nella saga Die Hard che dopo soli dieci minuti di film si trova in canotta completamente sporco di sangue, anche mio nonno dopo essersi vestito di tutto punto si riduce sbragato, cintura dispersa sostituita da una corda o dalla fascia di spugna dell'accappatoio, camicia piena di macchie di sconosciuta provenienza ed i polsini al gusto frappuccino.
Mio nonno si chiama Luigi, ma per tutti, me compreso, è sempre stato Gino.
Se John McClane ha sbriciolato il grattacielo Nakatomi per liberarlo dai criminali della Germania orientale, Gino ha combattuto la seconda guerra mondiale contro i nazisti. Si è arruolato nel corpo di fanteria ed è finito ai margini del conflitto bellico sull'isola di Sant'Antioco ad ovest della Sardegna. Per non farsi mancar nulla ha rinunciato agli scontri di massa, agli assalti ed alle incursioni per farsi assegnare, volontario, alle cucine. Poi le alte sfere dell'esercito stanche delle sue varianti dell'unico piatto che sapesse cucinare, il brodo, lo hanno relegato ad un incarico d'ufficio presso la capitaneria di porto. Fortuna vuole che gli alleati siano sbarcati a Salerno, lontano dalle coste sarde. Fosse stato per Gino e le sue indicazioni, unico radiotelegrafista che invece dell'alfabeto morse conosceva i segni della briscola, adesso gli americani starebbero ancora vagando per il Mediterraneo e si sarebbe dovuto riscrivere la storia.
Figlio di contadini, al termine delle ostilità Gino è tornato alla vita di campagna. Era addetto all'irrigazione, nel senso che faceva il bagno nei canali invece di zappare ed era addetto al bestiame; Gino sussurrava ai cavalli in anticipo su Robert Redford, non a scopo terapeutico ma semplicemente per convincerli a lavorare al suo posto. Se Moira degli elefanti fosse passata da quelle parti avrebbero messo su un gran bel numero da circo.
Invece in una vita uscita da un copione cinematografico, come George McFly di Ritorno al Futuro ha conosciuto la sua futura moglie al ballo della scuola, Gino ha conosciuto la sua musa alla sagra del paese a tema "Romanticismo nel bosco". Si chiamava Stella e con un nome così, scritto direttamente nel firmamento, non è potuto che scaturirne una storia d'amore illuminatissima.
Infatti a Gino è bastato il tempo di un ballo per conquistarla, sposarla, trasformare le sue zucche in una lambretta e barattare i suoi campi con un'osteria in paese; osteria a conduzione familiare, la moglie dietro il banco ed il marito alle relazioni pubbliche. Primo locale in un paese così piccolo ad introdurre la riffa (casualmente eh, casualmente sempre vinta dal proprietario), il gioco del poker ed il tavolo delle piastre.
"Non c'era mai una sedia libera" ama tuttora ripetere mio nonno, anche perché quando c'era la occupava lui per fare compagnia ai briscoler e giocare a carte fino a tarda ora.
Come in ogni sceneggiatura che si rispetti c'è sempre la parte del cattivo: in questa il ruolo spetta all'oscuro male che ha spento la sua Stella in un grigio pomeriggio d'autunno. Gino ha portato il lutto, non al braccio ma sulle spalle di tutti con pacche confortanti, per ricordare che la vita continua e che la sua Stella non avrebbe mai smesso di brillare di luce propria, purtroppo l'avrebbe vista solo più distante.
Per ripartire Gino si è trasferito nella casa al lago e per far rivivere i fasti del passato ha iniziato una brillante fase latin lover, stavolta con la variante vedovo. Ha messo nel carniere, nell'ordine, una signora svizzera scartata perché maniaca della pulizia ("l'uomo deve puzzare" è una della filosofie di vita di mio nonno), un'anziana contessa bocciata perché considerata avara ("i conti si dividono" altro principio cardine della sua arte zen) ed un'indigena del posto messa da parte perché non ritenuta all'altezza ("vive al ricovero, non è al mio livello, io ho ancora la patente!").
Ha perciò chiuso il Tour accasandosi, virando verso una quieta convivenza con una ex compaesana anch'essa rimasta vedova, disposta a condividere con lui talamo, argomenti ed interessi, ma soprattutto le spese di vitto e alloggio.


Gino ha stretto poi amicizia con un altro villeggiante in pensione, tale signor Aldo, ex imprenditore edile. Con lui ha intrapreso un affiatato sodalizio che li ha portati a compiere, emuli del Mascetti e del Perozzi di Amici miei, zingarate varie in terra lacustre. Da ricordare il parcheggio in un bunker durante un torneo di golf ("ho visto il ghiaione, pensavo fosse un posteggio"), l'espulsione da tutti i circoli anziani per vari magheggi con le carte e perla delle perle il lungo lago, rigoroso senso unico, percorso contro mano fingendosi stranieri a digiuno di segnali stradali locali con la macchina targata clamorosamente Cremona.
Oggi Gino ha ottantotto anni ed è tornato al paesello natio.
Fa colazione con gli all bran, mangia kiwi, yogurt, verdura cotta, ma non disdegna un sano masochismo alimentare che lo spinge ad ingurgitare pizza, risotto, crostata alle fragole, il tutto nella stessa portata. Ha una badante part-time che lui ha convertito alla scala quaranta in zona cucina ed alle spugnature orientali in zona bagno, possiede scorte incommensurabili di Voltaren ed ha un'ernia epigastrica che si ostina a chiamare epigrafica forse perchè la ritiene un dono divino.
Non ha comunque abbandonato le vecchie passioni come il Milan, la boxe in Tv, il buon vino e le belle donne. Un po' come a Bruce Willis.
Non so se ve l'ho detto, mio nonno è Bruce Willis. Duro a morire, deliziosamente leggiadro nel vivere.

Archibald